ANTHONY KENNY – NUOVA STORIA DELLA FILOSOFIA OCCIDENTALE

 

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Sir Anthony Kenny, nominato baronetto dalla Regina Elisabetta II, è un grande filosofo, teologo ed educatore britannico. Egli ha, da alcuni anni, pubblicato una storia della filosofia in quattro volumi: «Nuova storia della filosofia occidentale».
Questa storia della filosofia è scritta in quello stile sintetico ed analitico tipico di una mente anglosassone. L’opera ricalca, a mio modo di vedere, la famosissima «Storia della filosofia occidentale» di Bertrand Russell. E l’autore sembra non volerlo nascondere, sia nel metodo espositivo, come appena detto, sia nel titolo, che evoca proprio quella del grande logico inglese. L’opera è, tuttavia, molto più completa di quella di Russell, più conforme a quel suo proporsi, appunto, come una storia della filosofia, con un conseguente valore didattico. Russell, invece, secondo le sue reali intenzioni, intese scrivere, dietro la “parvenza” di una storia della filosofia, una vera e propria opera filosofica in cui misurare le filosofie più importanti con la propria visione logica del mondo. Ho notato, nella prosa di Kenny, una certa somiglianza con quella del suo grande predecessore, soprattutto in merito all’uso di una certa ironia. Tuttavia, è ben evidente come, da questo punto di vista, in quel suo voler essere ostentatamente ironico, il pur grande Kenny sia lontano dalla brillantezza e dalla spontaneità del genio di Russell.

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L’UOMO E LA SUA OMBRA

 


«L’UOMO E LA SUA OMBRA», di Giuseppe Albano  DISPONIBILE SU AMAZON


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“L’uomo e la sua ombra” segna il ritorno di Zarathustra, con l’annuncio della necessità di un nuovo umanesimo, basato questa volta su una interpretazione del cristianesimo che deve portare l’uomo a coincidere con la figura di Gesù. I temi dell’opera sono fondamentalmente due: 1) l’idea che la duplicità umana rappresenti non un limite per l’uomo ma, al contrario, l’essere nella sua autenticità, in un capovolgimento della filosofia kantiana; 2) il pericolo di una imminente fine dell’uomo determinato dal più grande nemico che egli abbia mai intravisto, e che lo può portare, proprio nell’epoca in cui ha la possibilità di riconoscere quella sua duplicità come la più alta forma esistenziale, ad annullarsi in una sterile ed annichilente unicità: l’omologazione.
“L’uomo e la sua ombra” segna anche il ritorno della filosofia al suo linguaggio classico, dopo che, da più di un secolo, si è persa negli oscuri meandri di quella scienza che intimorisce solo a nominarla: ermeneutica.

Dalla introduzione: «L’uomo è stato sempre sospeso tra il cielo e l’abisso, ha costantemente vissuto in bilico tra e la propria ombra. Eppure, mai prima d’ora egli aveva avuto la possibilità di riconoscere questa sua duplicità come il più autentico senso dell’essere. Proprio in quest’epoca, tuttavia, l’uomo corre il rischio di perdersi nella più inautentica delle unicità concepibili, nella più terribile delle metafisiche: quella metafisica terrena chiamata omologazione. Quando tutto sembrava tramare affinché potesse riconoscersi come la più solida forma dell’essere, l’uomo ha generato un mostro sociale al cui cospetto appare invece il più fugace dei divenire. “L’uomo e la sua ombra” santifica la duplicità umana ma ne coglie l’attuale pericolo in quel suo porsi come alternativa tra l’essere e il nulla. […] Con “L’uomo e la sua ombra” la filosofia torna a tuonare, e, insieme ad essa, quell’ultima folgore che squarciò il cielo sopra l’umanità, in un giorno per lei apparentemente sereno: Zarathustra (Nietzsche)».

Con la prefazione del dottor Peppe Iannicelli

Come a voler onorare la duplicità umana, l’opera si struttura in filosofia e poesia. Una serie di “trattatelli” filosofici seguiti da altrettanti componimenti poetici. La tesi del libro è alquanto ardita: l’uomo inteso ontologicamente, ovvero con quegli attributi e quelle funzioni che vengono solitamente assegnati all’essere, che è stato sempre visto, al netto delle vesti con cui lo si è presentato di volta in volta, come qualcosa di trascendente rispetto all’uomo.

Come possa una figura apparentemente tanto debole e meschina, come l’uomo, soprattutto nella sua versione contemporanea, rappresentare qualcosa di divino, lo si capirà leggendo nello spartito del suo manifestarsi.
Rimanendo in tema con il termine musicale che ho appena usato, invito i lettori a leggere il mio libro con lo stesso stato d’animo con cui gli spettatori autenticamente attenti del Teatro San Carlo si lasciano coinvolgere da una sinfonia. Vi invito, in sostanza, a leggere il mio libro come se lo ascoltaste e, nello stesso tempo, come se lo steste componendo voi stessi.

Giuseppe Albano

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SULLA INOFFENSIVITA’ DEI FILOSOFI

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Nella sua lettera filosofica dedicata a Locke, in cui intende dimostrare quanta ragionevolezza e, tutto sommato, modestia ci fosse nel filosofo inglese a proposito della sua idea secondo la quale non ci sarebbe alcuna contraddizione nell’affermare che l’anima dell’uomo sia materiale, ovvero che il pensiero e i sentimenti siano semplicemente espressione di una determinata funzione del corpo, Voltaire, con la sua abituale ironia, dopo essersi soffermato sulle circostanze favorevoli all’ipotesi del filosofo d’oltremanica, pone in evidenza come i teologi, che tanto si infervoravano per quella identificazione spirito-materia, non avessero, in merito a quella controversia, seri motivi dottrinali di preoccupazione in quanto i filosofi non possono minimamente incidere sulle idee del popolo, sia per l’inarrivabile profondità intellettuale delle loro argomentazioni sia perché, nel loro operare, essi non hanno alcuna finalità rivoluzionaria, ma solo un autentico desiderio di verità e di scienza che li porta lontano dalle beghe sociali, politiche e culturali a cui sono invece interessati gli stessi teologi nell’esercizio del loro essere pastori di popoli. Senza contare, rimanendo in ambito strettamente speculativo, che materia e spirito non rappresentano altro che due termini (due semplici parole) con cui si designano non cose che davvero si conoscono – in realtà, noi sappiamo poco o nulla e dell’uno e dell’altro – ma semplicemente una distinzione tra due finalità che noi comunemente attribuiamo al mondo: pensiero e movimento; due finalità che niente, a pensarci bene, impedisce a priori possano essere svolte da un unico ente. In parole povere, la materia, secondo Locke e Voltaire, può ben svolgere quelle funzioni che noi solitamente attribuiamo a qualcosa che sarebbe oltre di essa, perché Dio, se solo avesse voluto (e forse ha voluto proprio così), avrebbe ben potuto, in quanto Supremo Agente, assegnare alla stessa corporeità quei compiti. E, così, l’idea che il corpo stesso possa fungere da anima non sminuisce in alcun modo il valore della religione che, come i teologi dovrebbero sapere, si fonda sul valore universale delle virtù che emanano dall’anima (intesa come funzione, non come altro dalla materia). In definitiva, ciò che abitualmente vogliamo identificare come spirito, diversificandolo dalla materia, è solo un modo, una funzione, con cui il corpo si esprime; Dio non aveva bisogno di alcun ulteriore attributo – un surrogato – che lo aiutasse nell’intento di animare l’uomo. Quest’ultima circostanza, al contrario, potrebbe persino essere interpretata come riduttiva della Potenza divina.

Vi propongo alcuni passi di quella lettera in cui Voltaire prima difende l’attendibilità e la non contraddittorietà dell’argomentazione di Locke – o, quantomeno, il fatto che essa non fosse più attaccabile di quanto non lo fosse l’argomentazione opposta – e, poi, mostra ironicamente l’inoffensività della filosofia a fronte delle eccessive preoccupazioni mondane dei teologi.

“Gli uomini disputano da gran tempo intorno alla natura e all’immortalità dell’anima. Quest’ultima è impossibile dimostrarla, perché si disputa ancora intorno alla sua natura, mentre è indubbio che bisogna conoscere a fondo un essere creato per stabilire se sia o no immortale. La nostra ragione è tanto poco capace di dimostrare da sé l’immortalità dell’anima che la religione è stata costretta a rivelarcela. Il bene comune di tutti gli uomini esige che si creda in essa; la fede ce lo ordina; non occorre altro, la questione è bella e regolata.
Ma le cose vanno altrimenti per quanto riguarda la natura dell’anima: alla religione poco importa di quale sostanza sia l’anima purché sia virtuosa; essa è come un orologio che ci sia stato dato da regolare, ma il cui artefice non ci abbia detto di quali ingranaggi è composto.
Io sono corpo e penso, ecco tutto quel che so. Attribuirò a una cosa ignota quel che posso attribuire tanto facilmente alla sola causa che mi sia nota?

…..Ebbene, chi può impedire a Dio di comunicare ai nostri organi più raffinati quella facoltà di sentire, di percepire e di pensare che chiamiamo “ragione umana”? Da qualunque lato vi volgiate, siete costretti a riconoscere la vostra ignoranza e l’immensa potenza del Creatore. Cessate, dunque, di ribellarvi contro la saggia e modesta filosofia di Locke: nonché essere contraria alla religione, essa le servirebbe di prova, se la religione ne avesse bisogno: perché c’è forse filosofia più religiosa di quella che, affermando solo quanto essa concepisce in modo chiaro e sapendo confessare la propria debolezza, vi dice che, appena s’imprende a esaminare i primi principi, bisogna ricorrere a Dio? [Qui, Voltaire allude ironicamente al fatto che la filosofia di Locke, proprio nel ridurre le funzioni spirituali alla materia, alla corporeità, implica indirettamente, nell’ottica del teologo, la necessità dell’intervento divino nell’animare ciò che, preso di per sé, può apparire inerte (intellettualmente parlando) e meramente meccanico].
Del resto non bisogna mai temere che un’opinione filosofica possa nuocere alla religione di un paese. I nostri misteri possono ben essere contrari alle nostre dimostrazioni : sono ugualmente accolti con reverenza dai filosofi cristiani, i quali sanno che gli oggetti della ragione e quelli della fede sono di natura diversa. I filosofi non costituiranno mai sette religiose. Perché? Perché non scrivono per il popolo, e mancano di entusiasmo.
Dividete il genere umano in venti parti: diciannove sono composte da coloro che lavorano con le proprie mani, e che ignoreranno sempre finanche l’esistenza di un Locke; e nella restante ventesima parte quanto pochi sono coloro che leggono! E tra quelli che leggono almeno venti leggono romanzi, contro uno che studia la filosofia. Il numero di coloro che pensano è straordinariamente esiguo; ed essi non mirano a mettere a soqquadro il mondo.
Non furono né Montaigne, né Locke, né Boyle, né Hobbes, né Spinoza, né Lord Shaftesbury, né Collins, né Toland a portare nella loro patria la face [fiaccola] della discordia; ma, per lo più, dei teologi che, avendo cominciato con l’avere l’ambizione  di essere capi di setta, non tardarono poi ad avere quella di diventare capi di partito. Che dico! Tutti i libri dei filosofi moderni messi assieme non faranno mai nel mondo nemmeno il solo rumore sollevato un tempo dalle dispute dei cordiglieri [frati francescani minori] intorno alla forma delle maniche del loro saio e del loro cappuccio”.

Dimmi che utopia hai e ti dirò chi sei

INTERESSANTE SCRITTO SULL’UTOPIA – dal bolg: Pensieri alla mescita

Le opinioni del “misconosciuto” Lewis Mumford, relativamente alle questione di un mondo utopico, su cui gli uomini si sono divisi in due partiti antitetici sin da Platone, mi appaiono una conferma indiretta, pur deficitarie di un passaggio fondamentale nell’analisi della psiche (almeno da quanto riportato nello scritto da cui ho tratto queste mie impressioni), di quelle di Jung relativamente ai “tipi psicologici”.
Ci sono, da un lato, quei caratteri che rappresentano gli estremi dell’introversione e dell’estroversione, in cui i soggetti sono paralizzati nell’agire per un mondo nuovo (utopico) o per troppo “pensiero” (l’introversione massima) o per un eccessivo legame-dipendenza verso l’esterno e, dall’altro, coloro che, invece, riuscendo a raggiungere un equilibrio dinamico tra i due atteggiamenti fondamentali rispetto all’esterno, si caratterizzano o per un’utopico cambiamento del mondo nella sua universalità (introverso) o per una modifica parziale della realtà esterna allo scopo di raggiungere un miglior adattamento reciproco tra il mondo e l’io. In sostanza, penso che la vera “utopia” appartenga solo all’uomo introverso, il quale, introiettando il mondo nella propria interiorità, prima lo decodifica e poi tenta di riplasmarlo secondo le proprie esigenze più profonde. Diciamo che l’introverso ha un “modello”, un archetipo, irrealizzabile nella sua totalità, a cui però fare costantemente riferimento per il proprio agire, similmente al “tu devi” kantiano che induce l’uomo ad approssimarsi indefinitamente al “sommo bene” che, sebbene non possa mai essere raggiunto, fa da sprone alla realizzazione piena della sua essenza umana.

Diapers & Books

Cari avventori,
oggi vi propongo un pensiero alla mescita molto particolare. Parlerò di Lewis Mumford e del suo testo Storia dell’utopia. Mai sentito? Tutto normale, si tratta di un autore tanto interessante, quanto sconosciuto ai più.
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L’AUTORE.
Mumford nasce in America alla fine dell’Ottocento e si arruola nella marina durante la Grande Guerra. Tornato in patria riprende gli studi e inizia una brillante carriera come sociologo e storico dell’archittettura. Coniuga le sue ricerche con la passione per la filosofia della scienza, le tecnologie e la critica letteraria. Vince numerosi premi, le sue opere più famose sono Technics and Civilization (1934), The City in History (1961) e The Myth of the Machine (1970).

STORIA DELL’UTOPIA. Il testo di cui ci occupiamo oggi risale al 1929. Tornato dalla Guerra, il giovane Lewis non ha perso le speranze sul futuro dell’Europa e dell’Occidente in generale. Nonostante l’anno non sia dei più felici…

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Shakespeare accentua più la paura che avremmo per l’ignoto dopo la morte che l’attaccamento alla vita. Io credo, come Schopenhauer, che la “volontà di vivere” sia la vera mistura che la natura ha infuso nei corpi allo scopo di perpetuare se stessa.

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Il monologo di Amleto

Essere o non essere, questo è il problema.
Se sia più nobile sopportare
le percosse e le ingiurie di una sorte atroce,
oppure prendere le armi contro un mare di guai
e, combattendo, annientarli.
Morire, dormire.
Niente altro.
E dire che col sonno mettiamo fine
al dolore del cuore e ai mille colpi
che la natura della carne ha ereditato
È un epilogo da desiderarsi devotamente.
Morire, dormire.
Dormire, forse sognare: ah, c’é l’ostacolo,
perchè in quel sogno di morte
il pensiero dei sogni che possano venire,
quando ci saremo staccati dal tumulto della vita,
ci rende esistanti.
Altrimenti chi sopporterebbe le frustate e lo scherno del tempo
le ingiurie degli oppressori, le insolenze dei superbi,
le ferite dell’amore disprezzato,
le lungaggini della legge, l’arroganza dei burocrati
e i calci che i giusti e i mansueti
ricevono dagli indegni.
Qualora si potesse far stornare il conto…

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Lettura ed Emozioni

Archè Psiche. Blog di psicologia analitica

Non comprate telefoni, tablet, ipad ai vostri figli.. comprate dei libri di storie e la sera, prima di andare a dormire, leggete .. spegnete i cellulari, spegnete la tv e accendete le emozioni del cuore! Ridurrete l’ansia e lo stress, sperimenterete maggior benessere emotivo, e i vostri bimbi potranno sviluppare quella facoltà indispensabile che è la fantasia, oltre ad imparare ad amare la lettura! Ma sempre se la amerete anche voi.. Ciò che sei, ciò che provi, ciò che senti influenza enormemente lo sviluppo psicologico dei tuoi figli, che tu lo voglia o meno, che tu ne sia cosciente o no. Il tuo modo di esistere funge sempre da esempio per i tuoi i figli, nel bene e nel male. Puoi dire a voce quello che vuoi, ma il tuo esempio vale più di mille parole. Cosa fai? Cosa pensi? Cosa provi? Interrogati! Ama la vita che…

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POE E LA SUA TEORIA SULL’UNIVERSO

Pochi sanno, anche tra gli abituali lettori di Edgar Allan Poe, che il genio americano scrisse un poema – così egli definì la propria opera – intorno all’idea dell’universo materiale e spirituale; della sua essenza, della sua origine e della sua creazione, nonché della sua condizione attuale e del suo destino, per usare le sue stesse parole.
Non deve meravigliare questo suo tentativo titanico di abbracciare con un solo sguardo l’interezza del mondo, né il fatto che egli, più filosoficamente che scientificamente, abbia preteso di fornire un perché e non solo un come relativamente all’origine, alla struttura e al destino dell’universo, gettando, dunque, lo sguardo oltre l’elemento conoscitivo di cui pure si è servito, ovvero la teoria newtoniana. E’ tipico, infatti, di tutta la sua opera letteraria dell’orrore – o, forse, sarebbe meglio dire dello stupore – la volontà di penetrare nel più profondo delle cose, cercando di individuarne il senso attraverso l’analisi di quelle stesse meccaniche fisiche e psicologiche per mezzo delle quali esse si manifestano e si evolvono. Emblematici, in tal senso, i suoi racconti polizieschi o “del raziocinio” che vedono protagonista il suo alter ego Auguste Dupin nell’intento di risalire al quadro logico dell’evento criminoso in esame, incastonando indizi (fatti) apparentemente indipendenti gli uni dagli altri in un mosaico perfetto attraverso un ragionamento di tipo analitico – che alterna, cioè, il momento induttivo, che parte dai fatti singoli per risalire alla loro causalità, a quello deduttivo, che segue l’ordine inverso -.
E’ con questo spirito, intuitivo ed analitico ad un tempo – che gli fa preferire, come afferma proprio nel celebre prologo ai “Delitti della Rue Mourge”, il gioco della dama a quello degli scacchi – che Poe affronta quella che è forse la sua avventura letteraria più significativa ed ardita, sebbene la più misconosciuta.
Al netto di alcuni inevitabili errori scientifici, questo poema in prosa, scritto con quelle stesse straordinarie capacità poetiche e quello stesso strabiliante spirito d’osservazione che illuminano i suoi celebri racconti, rappresenta una visione dell’universo, inteso nella sua accezione più profonda (non solo fisica), davvero affascinante e foriera di riflessioni molto profonde.

Ecco l’inizio del poema che, sono convinto, affascinerà così tanto gli appassionati dell’argomento da indurli a procurarsi il libro:

«E’ con umiltà veramente sincera, anzi con un certo sentimento di soggezione, che scrivo le prime parole di questa opera, perché io avvicino il lettore al più solenne, al più esteso, al più difficile, al più augusto fra tutti gli argomenti concepibili.
Quali parole potrò trovare, sufficientemente semplici nella loro sublimità, e sufficientemente sublimi nella loro semplicità, per la mera enunciazione del mio tema?
Io mi propongo di parlare DELL’UNIVERSO FISICO, METAFISICO E MATEMATICO, DELL’UNIVERSO MATERIALE E SPIRITUALE; DELLA SUA ESSENZA, ORIGINE E CREAZIONE, DELLA SUA CONDIZIONE PRESENTE E DEL SUO DESTINO.
Sarò inoltre così temerario da sfidare le conclusioni di molti uomini fra i più grandi e giustamente riveriti, mettendone così in discussione la sagacia.
Lasciate che esponga per cominciare con la maggiore chiarezza possibile non il teorema che spero di dimostrare (poiché nonostante quanto asseriscono i matematici non vi è, a questo mondo almeno, nulla di simile a una dimostrazione) ma l’idea dominante che, nel corso di quest’opera, cercherò di tratteggiare.
La mia idea generale è dunque questa: NELL’UNITA’ ORIGINARIA DELL’ENTE PRIMO RISIEDE LA CAUSA SECONDARIA DI TUTTE LE COSE, E IL GERME DEL LORO INEVITABILE ANNICHILIMENTO.
Per illustrarla, mi propongo di fare un esame dell’Universo che la mente umana sia realmente in grado di seguire, ricevendone un’impressione unitaria».

Giuseppe Albano

NIETZSCHE: L’ETERNO RITORNO E’ UNA TRAGEDIA GRECA

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Nietzsche, in chiave metaforica, pone una domanda all’umanità: cosa penseresti, uomo, se ti dicessi che tutto ciò che hai vissuto lo rivivrai in eterno, immutabilmente, attimo per attimo?!
Nietzsche, disperatamente afflitto dalla vita ma eroicamente sostenitore di essa, vuole dire che bisogna gioiosamente accettare la propria vita per quella che è, perché, in realtà, essa, pur essendo frutto di un destino, può essere desiderata ardentemente come se fosse stata voluta così come si è palesata. E’ un concetto tragico di quei meravigliosi esseri che amavano la terra e se stessi, in tutte le loro sfaccettature: i greci antichi.
Purtroppo, molti hanno svilito questa sua intuizione problematica e profondamente umana, riducendola al solito gioco della dialettica metafisica o delle questione logiche, svuotandola, dunque, di tutte le sue caratterizzazioni psicologiche ed esistenziali.

Il grande abisso: l’eterno ritorno dell’uguale

Quella che state per leggere è una mia considerazione sulla domanda circa l’eterno ritorno dell’uguale posta da Nietzsche, in chiave metaforica, ai suoi contemporanei. Il tema è stato proposto dall’articolo che visualizzerete in basso, del quale questa mia considerazione rappresenta solo un commento. E’ doveroso, dunque, leggere anche (e sarebbe meglio prima) la fonte della mia riflessione allo scopo di comprendere bene l’idea, apparentemente paradossale, di Nietzsche e le mie stesse parole.

Il “mito” dell’eterno ritorno dell’uguale avrebbe senso solo se la stessa storia umana (al suo interno) fosse ciclica. Questa domanda, infatti, Nietzsche la può fare solo a quei suoi contemporanei che hanno sviluppato una determinata idea del tempo (della vita stessa, intesa psicologicamente). In sostanza, questa domanda avrebbe senso, ad esempio, per un uomo di qualche millennio prima di Cristo?! ……Se la risposta fosse no, se riconoscessimo che un tale uomo non aveva ancora sviluppato una consapevolezza storica necessaria per intuirne il senso, allora dovremmo concludere che quella domanda implica, come soggetto che la pone, una filosofia figlia di un determinato tempo (o di un determinato ciclo del tempo) che non può se non interrogare se stesso.
Il “mito” dell’eterno ritorno sottintende, insomma, uno sviluppo sociale ed umano – una consapevolezza – che annulla l’eterno ritorno stesso o, quantomeno, quella stessa consapevolezza universale nell’accettarlo.
La domanda di quel “demone”, dunque, è una domanda che l’uomo contemporaneo fa a se stesso. E’ una sua problematica. Essa rappresenta, in realtà, la tragica questione dell’accettazione o meno del suo vivere. E’ una problematica esistenziale dell’oggi travestita da problema metafisico.

Stato Mentale

“Il più abissale dei miei pensieri” lo definisce Nietzsche stesso.

Cos’è l’eterno ritorno dell’uguale? Cos’è questo mostro abissale che pervade come un leit motiv l’intero pensiero di Nietzsche? È solo la riproposizione della visione antica del tempo ciclico?
Proviamo a rileggere l’aforisma 341, da La Gaia Scienza,  dove per la prima volta ne parla:

Il peso più grande. Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: ‘Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e…

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